Intervista a Vincenzo Scarpulla: “Figlio mio” è la canzone che trasforma il ricordo in futuro

Ci sono canzoni capaci di fermarsi sulle piccole cose: un ricordo, una frase non detta, la paura silenziosa di vedere crescere qualcuno. “Figlio mio”, il nuovo singolo di Vincenzo Scarpulla uscito in digitale il 27 maggio, lavora proprio su queste sfumature, raccontando il legame tra un padre e un figlio senza idealizzarlo, ma lasciandolo vivo, fragile e umano. Al centro di tutto c’è una forte idea di fiducia e libertà: il padre non indica la strada da seguire, ma promette di vegliare sempre da lontano. Vincenzo Scarpulla ci rende quindi testimoni del suo amore genitoriale, l’amore di un padre che ha amato suo figlio da bambino, lo stima oggi da ragazzo, e ha profonda fiducia nell’uomo che diventerà.

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In “Figlio mio” il tempo sembra quasi un personaggio invisibile. Quando scrivi hai la sensazione di voler fermare certi momenti prima che scappino via?

Sì, esatto. Scrivo proprio per trattenere quello che sento che sta già cambiando. I momenti con i figli non te li ridanno indietro, quindi mentre li vivi hai già la sensazione che stiano scivolando via. Metterli in una canzone è il mio modo di dire: “fermiamoci qui un secondo, questo momento vale”.

Il brano evita ogni tono paternalistico e lascia spazio alla libertà. Quanto è stato difficile trovare questo equilibrio emotivo nella tua esperienza di genitore?

È la parte più difficile. Da genitore l’istinto è proteggere, dire cosa fare, prevenire gli errori. Ma crescendo capisci che amare significa anche farsi da parte. Ho cercato di scrivere come vorrei mi parlassero: senza impormi nulla, ma facendomi sentire che ci sono se serve. Trovare quel tono ha richiesto di ascoltare più che di parlare.

C’è un’immagine o un episodio che ha acceso la scintilla iniziale della canzone?

Sì, un momento semplicissimo: mentre guardavo una sua foto da piccolo. In quell’istante già pensavo a quando tempo fosse passato velocemente. Da lì è nata l’idea di dirgli certe cose ora, mentre posso, prima che la vita ci porti altrove.

Nei tuoi testi emerge spesso una grande delicatezza nel parlare delle persone che ami. Pensi che oggi ci sia ancora spazio per una scrittura emotiva ma sobria?

Credo di sì, anzi forse ce n’è più bisogno. Oggi siamo abituati al tutto subito, al tono alto, alle emozioni urlate. Ma le cose che ti restano dentro sono spesso dette piano. La sobrietà non toglie forza, semmai la concentra. E chi ascolta se ne accorge.

Da ascoltatore, quali sono gli artisti che ti hanno influenzato maggiormente?

Sono cresciuto con De Gregori, Battisti, Dalla per la capacità di raccontare le cose grandi partendo dalle piccole. Mi hanno insegnato che una canzone funziona se lasci spazio a chi ascolta di metterci dentro la sua storia.